(rec.) Nel "Double Jardin" di Maeterlinck
| Pubblicato su: | Il Regno, anno I, fasc. 31, p. 11 | ||
| Data: | 26 giugno 1904 |

pag. 11
Mentre Monna Vanna, malgrado la bella traduzione del De Bosis e l'amore di Eleonora Duse, non riusciva a conquistare gli animi ambrosiani, giungeva in Italia un nuovo volume del poeta belga, uno di quei volumi di saggi spirituali ai quali ci ha abituati dopo il Tresor des Humbles. Ma non è quest'ultimo, come gli altri, raggruppato attorno a un fuoco centrale, come la vita mistica sul Tresor, il mistero del destino nella Sagesse et la Destinèe, l'oscura anima animale nella Vie des Abeilles, il pensiero della giustizia occulta come nel Temple enseveli. I motivi che erano negli altri volumi si ritrovano in questo ma nessuno ce n'è che predomini. Il Double Jardin contiene del misticismo, dell'esistere, della morale e della meditazione ma non è fatto soltanto di queste materie. C'entra la critica letteraria col saggiò sul Drame moderne, la politica col Suffrage universel, il ricordo personale nel saggio che farà la gioia di Morasso e che s'intitola En Automobile.
Ma c'entra anche, e questo interessa assai più il Regno, l'uomo dì vita, l'uomo che sa e riconosce le terribili necessità e le apparenti contraddizioni dell'esistenza. Così il capitolo del Double Jardin che s'intitola Éloge de l'Épée è un franco elogio del duello.
«La possibilità di farsi estralegalmente ma regolarmente giustizia da sè — scrive egli — risponde a un bisogno innegabile. Noi non viviamo in mezzo ad una società che ci protegga abbastanza per sottrarci in tutti i casi questo diritto ch'è il più caro all'istinto dell'uomo.
«È inutile, credo, enumerare i casi in cui la protezione è insufficiente. Faremmo più presto a citare quelli in cui basta. Certo che per quelli che sono deboli e senza difesa sarebbe desiderabile che non fosse così, ma per quelli che son capaci di difendersi, è cosa assai salutare che sia così, perchè nulla addormenta l'iniziativa e il carattere come una protezione troppo zelante e costante. Ricordiamoci che siamo avanti tutto degli esseri di preda e di lotta, che bisogna badare a non distruggere completamente in noi le qualità dell'uomo primitivo, perché la natura non le ha messe senza ragione.
«S'è da saggi limitarne l'eccesso, è prudente conservarle. Noi non sappiamo i ritorni offensivi che ci riserbano gli elementi o le altre forze dell'universo; e guai a noi se ci troveranno interamente privi dello spirito di vendetta, di diffidenza, di collera, di brutalità, di combattività e d'altri difetti, biasimevoli dal punto di vista umano ma che ci hanno ben più servito a vincere i grandi nemici della nostra specie che le virtù astinenti più raccomandate» (pp. 70-72).
Bisogna lodare quelli che reagiscono, egli continua, perchè sono utili a tutti impaurendo quelli che vogliono far del male. E contro moltissime offese non c'è che il pugno o la spada. Ma il pugno, dice il Maeterlinck, è troppo volgare e d'altra parte non è abbastanza forte e definitivo. La spada, invece, ha tutte le sue simpatie. «La spada è uno strumento di giustizia incomparabilmente più sensibile, più serio, più grazioso e più delicato» (p. 74). Essa è accessibile a tutti, essa è la maga creatrice di nuovi rapporti fra gli uomini, essa è «ferro e spirito» «acciaio e intelligenza», ideale e positiva, chimerica e piena di buon senso.
«Elle est fidéle et capricieuse, noblement rusée, loyalement perfide. Elle fleurit d'un sourire la rancune et la haine. Elle transfigure la brutalité» (p. 77). E l'entusiasmo del gran sognatore di Gand continua e trabocca.
Ed io ho pensato leggendo questo elogio, così lirico e pur così giusto, alle sciocchezze che van dicendo contro i duelli i socialisti che non si vogliono battere, ma preferiscono in tutti i casi il pugno. Fra la spada ed il pugno, scrive il Maeterlinck, «il y a l'épaisseur d'un unìvers, un ocèan de siecles et presque la distante de l'animal à l'homme» (p. 77). I socialisti disprezzano forse la spada perchè non son giunti ancora allo stadio umano?
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